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EX STAZIONE BELLINI: L’ARTE IN TENSIONE

di Rossella Monaco



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Nel quartiere Avvocata, dove un tempo sorgeva l'antico borgo del Limpiano, oggi racchiuso nelle strade che nei loro odonimi conservano memoria dell'insediamento della casata dei Pontecorvo, tra i vicoli stretti che si arrampicano fra palazzi nobiliari, condomini popolari, chiese e monasteri, si staglia la mole bianca del Museo archivio laboratorio per le arti contemporanee Her­mann Nitsch, istituito a Napoli dalla Fondazione Morra e inaugurato nel settembre del 2008.

Secondo museo monografico in Europa dedicato a Her­mann Nitsch, esponente dell'Azionismo viennese e fon­datore del Teatro delle orge e dei misteri (a cui nel 2007 è stato intitolato il Museum della cittadina austriaca di Mistelbach, a pochi chilometri dal castello di Prinzen­dorf dove l'artista vive e lavora), l'istituzione napoletana è stata ideata da Giuseppe Morra, collezionista, galleri­sta e direttore della fondazione omonima, e dallo stesso Nitsch, legati da un sodalizio umano e artistico comin­ciato nel 1974.

Come a Mistelbach - dove l'Hermann Nitsch Museum è ospitato in una ex fabbrica di macchine e utensili agri­coli chiusa alla fine degli anni Ottanta del Novecento - anche  a  Napoli  le  opere  del  maestro  austriaco  sono  state  accolte in un edificio industriale dismesso, nello speci­fico una piccola centrale elettrica, la stazione Bellini, la cui storia è legata alla figura del barone Nicola La Capra Sabelli, suo fondatore, e allo sviluppo dell'industria na­poletana per l'illuminazione pubblica.

Seguendo l'esempio del duca di Marigliano che aveva finanziato la costruzione di un'officina per illuminare il teatro Sannazzaro, il barone La Capra Sabelli, pro­prietario dal 1878 del teatro Bellini, nel 1887 impiantò alcune macchine per alimentare la struttura nelle grot­te della collina tufacea del Cavone, a ridosso del largo del Mercatello, ossia dell'attuale piazza Dante. Ritenuti inadeguati gli spazi, nel 1890 risolse di acquistare parte del giardino del vecchio palazzo Pontecorvo, che si erge­va al di sopra delle grotte e della chiesa di Santa Maria dell'Avvocata, così da poter collocare, in una zona elevata non lontana dal teatro, una stazione per la produ­zione di energia elettrica. I lavori di edificazione della centrale si conclusero, con buona probabilità, entro il 1891; nel 1895 la struttura risultava composta da due corpi di fabbrica contigui, articolati in sei locali terranei, tra cui due sale maggiori centrali ospitanti le caldaie e le macchine, tre stanze superiori adibite a uffici e qualche scantinato.

Nel 1897, venuto a mancare il barone La Capra Sabelli, i suoi eredi vendettero la centrale Bellini alla Sgi (Società generale per l'illuminazione) di Napoli, che ne manten­ne il nome e la inglobò nelle sottostazioni elettriche del gruppo. Fu evidente da subito che la piccola officina, sorta per fornire energia al solo teatro Bellini, necessi­tava di ampliamenti e ammodernamenti, così da poter servire senza sovraccarichi il quartiere di riferimento. Se tale impellenza cominciò a essere espressa dai qua­dri della società fin dal 1912, le operazioni di ristruttu­razione presero avvio solo nel 1925 e furono terminate nel 1926.

Le modificazioni apportate in quegli anni all'architettu­ra dell'edificio, tuttora visibili nella pianta e nell'alzato del Museo Nitsch, riguardarono l'ingrandimento della sala caldaie, la collocazione di pilastri e travi in ghisa nella sala macchina, su cui fu innalzato un vano supe­riore coperto da capriate metalliche Polonceau, e il rifa­cimento della facciata, resa più leggera dall'apertura di quattro finestre e di un portale centrale vetrato, e com­pletata da un coronamento rettilineo.

Assorbita dalla Sgi, la stazione Bellini contribuì alla diffusione dell'illuminazione nella città di Napoli, ma è verosimile che non riuscì a sopravvivere alla riorganiz­zazione del comparto energetico realizzata tra gli anni Venti e Trenta del Novecento dalla Sme (Società meri­dionale di elettricità), che acquistò o divenne azionista di maggioranza di tutte le piccole e medie imprese che producevano elettricità nell'Italia del Sud.

Dal secondo dopoguerra al 2000, anno in cui la Fonda­zione Morra rilevò la stazione in comodato d'uso trentennale, è difficile ripercorrere le vicende della ex centrale elettrica di vico Lungo Pontecorvo, giacché sembra scomparire dalla vista della città e dalla contezza degli storici, probabilmente perché abbandonata e rimasta priva di funzioni per diversi decenni.

Al momento dei sopralluoghi effettuati dall'architetto Rosario Boenzi, cui la Fondazione Morra ha affidato il progetto di riqualificazione della struttura e di trasformazione in museo, il passato produttivo della stazione Bellini era testimoniato soltanto dalla presenza di cremagliere e carroponti per la movimentazione del carbone. Nonostante ciò, fu decisione comune di Morra e Boenzi di non intervenire in maniera troppo invasiva sulla preesistenza, poiché l'edificio conservava ancora la suddivisione spaziale e l'architettura degli anni Venti e, nella sua articolazione, lasciava già intravedere la futura strutturazione del museo.

Nello specifico, esso avrebbe dovuto connotarsi non soltanto come contenitore della collezione dei "relitti" delle azioni nitschiane - ricomposti in installazioni che integrano tele, paramenti sacri e portantine impiegate nel corso delle performance, pitture e camici dell'artista, fotografie di documentazione e partiture musicali - realizzate tra la prima esposizione napoletana del 1974 e il 2008, ma anche come laboratorio creativo, centro per la ricerca e la sperimentazione delle arti contemporanee e archivio delle sue molteplici forme di espressione. Tenuto conto della destinazione d'uso stabilita, senza stravolgere l'impianto architettonico e la sequenza delle sale, e con una superficie inferiore ai 3.000 mq suddivisi su tre livelli, Boenzi ha concepito una struttura flessibile e polivalente. Ha sfruttato ogni vano ed estensione interna ed esterna del fabbricato, ricavando ambienti ex novo, come il soppalco sulla ex sala caldaie, raccordando le parti con interventi minimali, per esempio attraverso la creazione di una scala in grigliato che dal soppalco confluisce nella vecchia scala della centrale e ripristinando, secondo i dettami del restauro conservativo, le capriate metalliche Polonceau del piano superiore, i pilastri e le travi in ghisa della ex sala macchine e la facciata del complesso. L'architetto ha ottenuto così delle "scatole" spaziali di media e grande ampiezza e possibile indifferenziazione, capaci di accogliere, all' occorrenza, le attività di volta in volta programmate dal museo e di favorire la rotazione dell'allestimento, prevista con cadenza biennale, e l'organizzazione di mostre temporanee.

Il museo è articolato in dipartimenti: il centro di documentazione, ricerca e formazione, la biblioteca-mediateca, il dipartimento per il cinema sperimentale indipendente, l'audioteca di musica contemporanea, e il centro per le arti performative e multimediali, e un appartamento che ospita Hermann Nitsch quando è impegnato a Napoli in performance e laboratori. In linea con le finalità della Fondazione Morra-Istituto di Scienze delle comunicazioni visive, intende produrre, documentare e diffondere l'arte contemporanea, formare alla sua conoscenza, ma anche innescare un processo di rigenerazione e riqualificazione urbana, partendo dalla sua stessa collocazione in uno dei tanti edifici dismessi, inutilizzati e sottoutilizzati del quartiere Avvocata,

Alla domanda sulla scelta della ex stazione Bellini come spazio idoneo per il Museo Nitsch, Morra risponde che, sebbene riconosca i vantaggi allestitivi e le potenzialità espositive che discendono dall'interazione tra arte contemporanea e luoghi del lavoro e ritenga il processo di riappropriazione e risignifìcazione del patrimonio industriale un'evoluzione logica e consequenziale di ciò che, da secoli, si verifica per la rivitalizzazione di residenze storiche o architetture religiose abbandonate, tuttavia, nella scelta insediativa, al di là e ancor prima di tali considerazioni, è stato orientato dagli stessi principi secondo cui, nel 1992, la Fondazione Morra fu insediata nel palazzo dello Spagnolo nel rione Sanità: ossia la volontà di radicarsi nel territorio e agire in un contesto caratterizzato da degrado urbano e marginalità socio-culturale, puntando innanzitutto sulla rifunzionalizzazione di un'emergenza architettonica e poi sulla forza propulsiva delle arti. Il recupero della ex stazione Bellini e la sua riconversione in museo, infatti, sono il primo tassello di una proposta culturale più ampia e ambiziosa, denominata "Avvocata quartiere dell'arte", discussa ed elaborata con studiosi, residenti, associazioni di zona, imprenditori e rappresentanti delle soprintendenze cittadine, e presentata, nel 2009, nell'ambito delle manifestazioni d'interesse per il Grande progetto Centro storico di Napoli, valorizzazione del sito Unesco.

In attesa di essere inserita nei prossimi interventi del Comune di Napoli a favore del Grande progetto, l'ipotesi avanzata dalla Fondazione Morra è di allocare nel convento settecentesco delle Cappuccinelle, ex sede del carcere minorile, poco distante dal Museo Nitsch e tuttora in disuso, un centro di alta formazione per le arti e l'artigianato. Nei sette anni dalla sua apertura, l'istituzione museale napoletana ha operato per l'archiviazione e lo studio della produzione artistica di Nitsch, per la sua conoscenza e divulgazione, in particolar modo attraverso incontri seminariali, attività laboratoriali e visite guidate indirizzate agli studenti delle scuole, delle università e dell'Accademia di belle arti, e per la sua circolazione e promozione (al momento, per esempio, una personale del maestro austriaco è in corso presso gli spazi archeo-industriali Zac ai Cantieri culturali alla Zisa di Palermo, mentre il Museo Nitsch ospita, secondo un progetto di scambio, le tele del suo omologo di Mistelbach). Ha inoltre organizzato esposizioni di altri artisti, manifestazioni sulla poesia visuale, classi di teatro, dibattiti e rassegne di cinema e musica sperimentali, confermando l'aspirazione a essere una fucina creativa e un luogo di socializzazione che il fruitore sia invogliato a frequentare ben oltre la singola visita museale.

Fonte: IL CALENDARIO DEL POPOLO  | 2015 numero 767 |  ARCHEOLOGIA INDUSTIALE luoghi per l'arte e la culturaEX STAZIONE BELLINI: L’ARTE IN TENSIONE di Rossella Monaco